“Siamo Quel che Mangiamo”. Il Cibo in Ottica Psicologica
- Dott.ssa Giosea Laviola

- 3 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 3 dic 2025

In occasione di un evento in cui sono stata invitata, alla Fiera Gustarte che si è tenuta in Puglia il cui tema era "Siamo quel che mangiamo" ho avuto l'occasione di proporre una riflessione, che leggerete di seguito, sul profondo significato del cibo per il singolo individuo, per i sistemi relazionali e per la comunità.
Cibo e Memoria Emotiva: Il Sapore dell'Identità
Trovo una connessione inestricabile tra il cibo e il nostro mondo emotivo.
Vi invito a un piccolo esercizio: Fermatevi un istante.
Provate a pensare a un cibo che vi riporta immediatamente all'infanzia. Qual è? E quali ricordi, quali sensazioni vi rievoca?
Come avrete notato, quel cibo — piccolo o grande, semplice o elaborato che sia — non rievoca solo un sapore. Quel sapore si trasforma in qualcosa di infinitamente più potente. Esso racchiude un'antica esperienza che si fa viva e attuale ogni volta che la rievochiamo.
L'esperienza di quel cibo non include solo il gusto in sé, ma anche il luogo in cui l'avete assaporato per la prima volta, la persona con cui l'avete condiviso, l'atmosfera di quel momento. Questo richiamo sensoriale ed emotivo è potentissimo. L’esperienza di quel cibo includerà il sapore, il luogo in cui ognuno di voi l’ha provato per la prima volta. E non solo, rievocherà la persona con cui l’avete assaporato, il luogo e chissà quanti altri ricordi ancora…
Ora fermatevi ancora un attimo! Vi siete accorti in quale anno siete andati a finire? Per esempio negli anni ’80 o negli anni ‘90?
Attraverso il sapore di un cibo avete potuto fare una piccola breve esperienza della vostra identità.
Se dovessi pensare a un cibo della mia infanzia, mi tornano subito in mente i taralli al finocchio che mia nonna tirava fuori dal mobile non appena varcavo la soglia di casa sua. Al solo pensiero, sento l'acquolina in bocca e, anche solo con l'immaginazione, inizio un viaggio nei miei ricordi più preziosi. Quel sapore è l'autentico catalizzatore di un'esperienza non ripetibile.
Quel ricordo gustoso è autentico perché è parte integrante del mio corredo emotivo: racchiude il legame con mia nonna, il viaggio in auto per raggiungerla, l'attesa di correre ad abbracciarla, l'aria accogliente e gioiosa che si viveva con zii e cugini. Tutto questo non è altro che un piccolo, fondamentale, pezzo di un puzzle che costituisce la mia identità.
La nostra identità, ciò che ci rende soggetti unici e irripetibili, si costruisce attraverso la nostra storia e le nostre esperienze, e il cibo ne è un elemento fondante e spesso sottovalutato che va scelto con cura, perché ci accompagna come uno spettatore silenzioso nella nostra vita.
Cibo come condivisione e Tradizione
Il cibo non è solo un costruttore dell'identità individuale; è anche un pilastro dell'identità collettiva, a partire dalla famiglia, per estendersi al sistema sociale e alla comunità.
Il cibo diventa tradizione da tramandare di generazione in generazione, un filo rosso che unisce il passato al presente, da assaporare e condividere anche con i "nuovi arrivati".
Silenzioso ma onnipresente, il cibo è il miglior coprotagonista dei momenti di aggregazione. Ci accompagna e ci accoglie, rendendo dolce, amaro o salato il momento che definisce la persona, la relazione, il gruppo. Crea un'esperienza emotiva globale.
È uno strumento di straordinario impatto nello scambio interculturale: condividere il cibo di un'altra cultura significa accogliere e conoscere una parte della storia dell'altro. Ed è un valore che ritroviamo anche qui, oggi, condividendo le nostre cucine regionali. Anche se simili, siamo "cugini" che possono sempre condividere nuove e diverse esperienze.
Il Cibo come Linguaggio del Disagio
Permettetemi di aggiungere, anche se in maniera molto sintetica, un aspetto cruciale nell'ottica psicologica: il cibo in relazione al disagio emotivo.
Spesso si parla di Disturbi legati all'alimentazione. Quando la sazietà non è solo fisica, ma cerca di essere emotiva, il cibo può trasformarsi in un segnale d'allarme da non trascurare. A volte, dietro un rapporto disfunzionale con l'alimentazione, si cela una storia di dolore, un vuoto emotivo che si cerca inconsapevolmente di riempire. O, viceversa, un eccessivo pieno emotivo che non consente di assaporare.
In questi casi, il cibo, nel suo manifestarsi in eccesso o in difetto, diventa una cruciale chiave d'accesso per comprendere sensazioni e vissuti che altrimenti sarebbero troppo ingombranti da tollerare. Anche nel dolore, esso si rivela una bussola che orienta il percorso verso la comprensione e l'elaborazione delle emozioni.
Concludo con una citazione che può rappresentare il senso di questa riflessione:
“Uno non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene.”
(Virginia Woolf)
Vorrei lasciare questo messaggio: pensate al cibo come un'opportunità non solo di sostentamento, ma in quella globalità che include la vitalità, l'emotività e la storia della persona. Affinché diventiamo portatori di questa consapevolezza, di sapori scelti e di condivisioni.



Commenti